02 Maggio 2011

Al di là dell'aldilà

(che non è uno scioglilingua, ma un modo per far capire a chi lo scrive sempre sbagliato che si tratta di due concetti diversi)


In una delle mie solite elucubrazioni sui massimi sistemi, sono tornato ancora una volta a chiedermi che cos'è l'aldilà, perché e se esiste e come può essere fatto.

Per riflettere su ciò che POTREBBE aspettarci dopo la morte, bisogna in primo luogo parlare di Dio, o meglio del concetto di Dio.

Non per la prima volta, un'importante rivelazione si è affacciata alla mia mente grazie ad una canzone di Fabrizio De André. In Un blasfemo, canzone tratta dall'album "Non al denaro, non all'amore né al cielo" ispirato com'è noto all' Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Faber inserisce un verso che recita :

<< ...e non Dio ma qualcuno che per noi l'ha inventato >>.

Questo è esattamente ciò che ci dicono gli studi di antropologia culturale. Fin dai tempi preistorici infatti gli esseri umani hanno sviluppato un pensiero religioso : questo comprende da una parte immaginare che vi sia qualcosa o qualcuno di superiore all'uomo, responsabile di tutti i fenomeni naturali che all'epoca non si era ancora in grado di spiegare, e dall'altro pensare che, riconosciuta come caduca la vita su questa terra, si possa continuare a vivere su un altro piano di esistenza.

Il pensiero religioso, così come quello artistico, è nato quando l'uomo, animale tra gli animali, ha risolto o per lo meno reso più semplice il problema che fino ad allora aveva occupato l'intera sua esistenza : procurarsi il cibo.

Un animale non ha del tempo libero. Al contrario è continuamente occupato a sopravvivere, il che implica nutrirsi (mangiando foglie o altri animali) e salvare la pelle fuggendo da chi vorrebbe mangiare lui.

Accanto alla ricerca del cibo c'è poi l'altro insopprimibile istinto animale, quello della riproduzione. Già in questo l'uomo è un animale un po' particolare, perché tende alla monogamia, ovvero ad avere un partner fisso per tutta la vita. In natura ovviamente la monogamia esiste tra molte specie, ma è assai meno diffusa rispetto al comportamento opposto, quello ciè di cambiare spesso partner al fine, sempre e comunque, di assicurare alla propria prole i geni migliori.

L'uomo è, poi, un animale che vive in gruppo. Questo modo di vivere porta alla nascita di tutta un'organizzazione della vita in comune, che è tipica anche di altri animali sociali, come i lupi o i leoni, ma che nell'uomo è andata ancora oltre.

Nei primitivi gruppi di esseri umani, formati da poco più di una decina di individui, è infatti avvenuto che alcuni - per raggiunti limiti di età o per l'autorità che ispiravano - siano stati affrancati dall'obbligo di procacciarsi personalmente il cibo, perché gli altri componenti del gruppo provvedevano anche alle loro necessità. Sono stati questi i primi uomini ad avere del tempo libero, che hanno impiegato da un lato interrogandosi su quanto poteva esserci oltre l'esperienza comune (nascita del pensiero religioso) e dall'altro soffermandosi a ricercare prima e a riprodurre poi il Bello (nascita dell'Arte) : all'inizio le due cose sono andate di pari passo, come testimoniano le pitture rupestri delle caverne preistoriche, che altro non sono se non veicoli per i riti propiziatori della caccia celebrati dagli sciamani alla presenza di tutto il gruppo ; ugualmente, l'abitudine di adornarsi con monili fatti di denti e ossa di animali testimonia la volontà da parte dell'uomo di manifestare la sua abilità come cacciatore, la sua superiorità su animali ancora molto pericolosi e il desiderio di acquisirne la forza vitale portando su di sé i trofei.

Procurarsi il cibo era però ancora un'attività che necessitava di tempo, energie e fatica. Non è un caso se, in tutte le immagini dell'aldilà sviluppate dalle prime comunità umane, così come dalle culture rimaste profondamente legate alla Natura (si pensi agli Indiani d'America), il paradiso è sempre immaginato come un luogo in cui l'uomo può andare a caccia senza sforzo, circondato da animali che quasi si offrono a lui.



A mano a mano che il tempo passava gli esseri umani hanno proiettato nell'aldilà il loro desiderio di liberarsi dalle difficoltà che la vita terrena metteva sul loro cammino : la fame, la malattia, la morte in primo luogo, e successivamente le ingiustizie e le oppressioni che pativano a causa di altri uomini e la speranza che i malvagi sarebbero un giorno stati puniti, se non in questa vita almeno in un'altra (nasce qui l'idea dell'inferno).

Cosa chiede l'uomo moderno all'aldilà ? Queste stesse cose, alle quali si può aggiungere il desiderio di rivedere i propri cari e tutti coloro che ci hanno preceduto su quella strada senza ritorno (anche questo, peraltro, un desiderio antico come l'uomo stesso).



Ma poiché, come dicevamo all'inizio, Dio e l'aldilà sono un'invenzione dell'uomo perché mai dovremmo aspettarci che ci sia qualcosa dopo la morte ?

Questa nostra speranza è figlia della credenza, innata in ciascuno di noi, che l'uomo sia la più grande, la più alta, la migliore espressione delle forme viventi, che tutta la natura, tutta l'evoluzione siano concentrate e compendiate in noi.

Per questo ci riesce intollerabile pensare che, dopo un certo tempo, di noi non rimarrà che un mucchio d'ossa, un corpo freddo privo di anima, un ammasso di carne mangiato dai vermi. Non riusciamo ad accettare che tutto ciò che siamo stati, tutto ciò che abbiamo fatto, tutto ciò che abbiamo costruito, tutto ciò che abbiamo sognato, svanisca con noi. E ci è di ben poca consolazione cercare di raggiungere l'immortalità attraverso i figli che generiamo, perché almeno una parte di noi continui a esistere : noi vogliamo continuare a vivere così come siamo, nella nostra interezza, non per interposta persona, anche se ha i nostri stessi geni, anche se è nata da noi stessi, anche se siamo stati noi a darle la vita.

Ma l'uomo è un animale come tutti gli altri. Perché solo lui dovrebbe avere diritto a vivere dopo la morte, e invece un cane, una lucertola, un topo no ? Il nostro destino è di morire e di decomporci, di tornare alla terra, di nutrire con la nostra carcassa altri esseri viventi.



E se l'uomo ha un'anima, un qualcosa dentro di sé che continua ad esistere anche dopo la morte fisica del corpo, un'entità che porta con sé la nostra coscienza di essere, i nostri ricordi, i nostri sentimenti, perché non dovrebbero averla anche gli altri animali ? Perché l'uomo dovrebbe essere l'unico a possederla ?

E se esiste l'anima, ma non esiste Dio - perché come abbiamo mostrato esso è, essenzialmente, un'invenzione dell'uomo - cosa fanno le anime dei miliardi di persone che sono morte nel corso dei millenni ? Se ipotizziamo che esse siano immortali, dove vanno ? Forse si reincarnano in altri esseri umani, come suggeriscono le teorie della metempsicosi di filosofica memoria e la religione induista ? O si radunano in qualche luogo, separato dal nostro mondo (ma senza un Dio a cui guardare e a cui tendere, che fanno ?) ? O continuano a vivere in mezzo a noi, camminando al nostro fianco per strada, sedendosi vicino a noi sull'autobus, indirizzando in qualche modo la nostra vita per impedirci di commettere gli errori che, da vivi, commisero loro o, al contrario, osservandoci semplicemente senza far nulla, magari rimpiangendo la propria vita terrena, di cui non ricordano più le sensazioni, gli odori, i profumi, le voci, il calore, la passione, i sentimenti ?



Pensare all'aldilà, alla vita oltre la morte, come una semplice dicotomia tra Paradiso e Inferno è troppo facile e banale. Questa soluzione è stata proposta anche da religioni precedenti al Cristianesimo, alle quali esso deve molto (anche se non lo ammetterà mai...ma questo è un altro discorso) : proviamo invece a tornare indietro, all'origine di tutto, liberandoci dai condizionamenti culturali che millenni di civiltà e di religione (qualsiasi religione) ci hanno imposto e chiediamoci se davvero c'è un aldilà che ci aspetta, e perché mai dovrebbe aspettare proprio noi e nessun altro.

 
28 Febbraio 2011

Delitti mediatici

E' notizia di ieri il ritrovamento del corpo di Yara.

Ecco un altro fatto di cronaca nera che, come tutti i precedenti (da Erica & Omar a Cogne, da Erba a Perugia, da Garlasco ad Avetrana) occuperà le prime pagine dei giornali per un po' di tempo, qualche settimana al massimo, e poi verrà sostituito da un altro, un nuovo delitto ancora più efferato.

Tralasciamo, per questa volta, di parlare dell'interesse mediatico che subito nasce intorno a questi eventi, con l'inevitabile contorno di interviste, speciali, tavole rotonde, ospitate in tv, dichiarazioni clamorose di persone che intendono approfittare del delitto per avere il loro quarto d'ora di celebrità (già mi aspetto, su Yara, dichiarazioni del tipo " << Cinque anni fa le ho servito una Coca-Cola >> dichiara il barista di un Autogrill").



Mi chiedevo invece come mai alcuni delitti sono stati risolti dagli investigatori in pochissimo tempo e altri invece si trascinano per mesi o anni (dato che i nostri inquirenti sono unanimemente considerati tra i migliori del mondo). Ricominciamo dall'inizio e vediamo :


ERICA & OMAR > soluzione facile, certo per l'inesperienza della ragazza che ha cercato di dare la colpa ai soliti albanesi ma evidentemente si è contraddetta e/o ha mostrato incertezze gravi.


COGNE > un caso trascinatosi per anni e anni, con conferme, smentite, nuove conferme, nuove smentite, prove inoppugnabili, verità certe e verità finte. Prima di tutto, può succedere che una madre - affetta da una grave forma della depressione post-partum, fase che TUTTE le donne attraversano - uccida il proprio bambino, è terribile ma può succedere : è una patologia e va trattata come tale ; ovvio che è stato commesso un omicidio, è stata tolta la vita ad un essere umano (perché solo un neonato può chiamarsi tale, e si può parlare di vita, contrariamente alle levate di scudi della Chiesa cattolica che si batte per gli embrioni) e quindi ci deve essere la carcerazione prevista dalla legge, ma a questa va affiancato un percorso di supporto psicologico. Piuttosto bisogna chiedersi, dato che anche qui il colpevole era chiaro fin da subito, perché il caso sia andato avanti così a lungo : alcuni sostennero che Anna Maria Franzoni fosse in realtà legata alla famiglia dell'ex-Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e che avendo già commesso qualcosa di poco chiaro in passato fosse stata nascosta a Cogne - paesino del tutto ignoto ai più prima della vicenda - per evitare imbarazzanti coinvolgimenti di una figura istituzionale. Io non ritengo di dover accettare questa specifica ipotesi, ma è indubbio che qualcosa sotto ci deve essere.


ERBA > seconda soluzione molto facile, ad attirare il momentaneo interesse è stato semmai il futile motivo che ha scatenato il massacro e l'assoluta tranquillità della coppia omicida, che non ha mai ritenuto di aver fatto qualcosa di sbagliato. Abbiamo già parlato precedentemente di Azouz, quindi non mi ripeterò.


PERUGIA > altro caso intricato, ma forse più per gli eventi di contorno al delitto (il sesso, che in quanto tale è demonizzato ancora oggi, nonostante la rivoluzione sessuale, le tette in prima serata e il "bunga-bunga" : ma del resto, in Italia come ovunque, tutto si può fare, basta che non si sappia, perché ciò che conta è come si appare, non come si è) e per il luogo dove è avvenuto (una tranquilla città di provincia che si era costruita un'immagine "bene" grazie alla presenza dell'Università, e che la vedeva messa in pericolo : questo ovviamente avrebbe portato ad un calo degli investimenti, l'economia locale ne sarebbe stata danneggiata, i piccoli Berlusconi avrebbero visto il loro potere traballare. Nella provincia profonda - sia essa italiana o di qualsiasi altro Paese occidentale - resiste poi ancora e sempre la preoccupazione di difendere il proprio buon nome, si pensa a cosa potrebbero dire gli altri, si ha paura di divenire oggetto di pettegolezzi e dicerie). Aggiungiamoci che la principale sospettata è una ragazza statunitense, ed ecco il rischio di rovinare le buone relazioni che l'Italia ha con gli USA, altro fattore di possibile chiusura dei rubinetti per tutti coloro che, a vari livelli, ne beneficiano.


GARLASCO > di nuovo un caso sul quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. Anche qui il colpevole è stato individuato, ma non ve n'è l'assoluta certezza. Personalmente non so dire cosa possa esservi sotto, quali interessi da proteggere, quali persone da coprire. Forse, questa volta, si tratta soltanto di una persona malata, dalla mente tortuosa, che si è presentato con la faccia da bravo ragazzo a chi l'aveva accolto come un figlio - la famiglia della fidanzata - e poi ha rivelato il suo volto maniacale.


AVETRANA > premesso che non ho seguito bene il caso, mi pare che al momento non sia ancora chiara la cosa più importante : PERCHE' la ragazza sia stata uccisa. Ovviamente l'interesse mediatico si è concentrato sulle accuse e contro-accuse che i vari membri della famiglia Misseri si lanciano l'un l'altro, una cosa che produce un'audience immediata e altissima. Di certo una famiglia dove tutti accusano tutti non è tanto normale : il fatto è che probabilmente simili comportamenti sono ben più diffusi di quanto si pensi o si sappia, i Misseri sono soltanto saliti agli onori delle cronache ma chissà quante altre famiglie come loro ci sono, anche se ovviamente non tutte arrivano ad assassinare un loro membro.




Si potrebbe poi parlare del comune denominatore che lega molti dei casi citati : le donne. E in particolare della violenza perpetrata su ragazzine appena adolescenti (Sabrina, Yara).

La donna è ancora vista, purtroppo, come un essere debole. Da un lato l'uomo si sente in diritto di esercitare i suoi diritti di maschio, che nella visione di certuni arrivano fino all'uccisione della femmina resasi colpevole di quella che lui considera una mancanza ai suoi doveri di serva - fisica o emotiva - sottomessa al signore. Dall'altro i media fanno leva sulla parte "buona" di noi, ci presentano le ragazzine uccise come teneri virgulti la cui giovane vita ricca di promesse è stata stroncata anzitempo dai bruti che hanno chiuso le barbare mani intorno al loro delicato collo (è lo stesso sentimento che ci fa gridare allo scandalo se qualcuno affoga un gattino, ma poi ci fa mangiare tranquillamente la carne dei polli allevati in batteria).

 
23 Febbraio 2011

Oriente e Occidente

E veniamo a parlare di politica internazionale, dato che i fatti italiani non meritano nemmeno di essere definiti tali.

In questi giorni si fanno grandi proclami sull'inizio di una nuova era per il mondo, si giura che la caduta dei dittatori è un momento epocale, che le masse oppresse conosceranno finalmente la libertà per troppo anni solo sognata.

Dopo aver invitato tutti a leggere quotidianamente il "Buongiorno" di Massimo Gramellini sulla prima pagina de La Stampa, poiché come sempre contiene un'analisi lucida dei fatti, di cui offre anche una prospettiva storica, fondamentale in questi tempi di ignoranza e di memoria corta, andiamo ad esporre il nostro punto di vista sulla faccenda.


I regimi del Nord-Africa stanno cadendo uno dopo l'altro : prima la Tunisia di Ben Ali (sconosciuto al grande pubblico prima degli eventi che hanno portato alla sua caduta), poi l'Egitto di Mubarak e oggi la Libia di Gheddafi, che certo resisterà fino all'ultimo ma prima o poi soccomberà.

Come definire questi cambiamenti ?

Sono dei semplici movimenti di piazza ? Sono delle rivoluzioni, sorte dal cuore pulsante del popolo ? Sono dei colpi di Stato, orchestrati dai militari o dall'establishment che intende semplicemente sbarazzarsi del vecchio leader per mettere al suo posto un altro a lui identico ?


Dopo quella francese, ad ogni scossone che ha portato ad un cambio di governo in un Paese è stato dato il nome di "rivoluzione". E mai parola fu usata più a sproposito.

In Nord-Africa, il malcontento delle masse è stato originato - se non vado errato - dall'aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, tra cui il pane. Questo è, effettivamente, un punto di contatto con la Rivoluzione Francese : ma è l'unico. E' inutile pensare, come sostengono i media occidentali, che la fine dei dittatori porterà all'instaurarsi di una società democratica, libera, simile alle nostre.

Perché Oriente e Occidente sono profondamente diversi, e non da oggi, ma fin dai tempi dell'antica Grecia, fin dallo scontro tra Greci e Persiani così spettacolarizzato nel film "300", che al di là delle esagerazioni visive ha un grandissimo merito : quello di aver sottolineato la differenza di valori, di consuetudini, di idea del potere tra i due blocchi contrapposti.

In Oriente si è avuta, da sempre, a partire dai Faraoni egiziani e proseguendo con i re assiri, babilonesi e persiani, l'idea di un sovrano visto come divinità in terra : non un semplice intermediario tra l'uomo e Dio, ma Dio egli stesso, unico essere umano deputato a trattare da pari a pari con le potenze celesti. Da questa visione si è sviluppato tutto un sistema di omaggi, di clientele, di lodi smaccate, che il sovrano si aspetta di ricevere e che i sudditi devono porgergli.

Ecco la grande differenza : noi, anche nell'Italia di Berlusconi, siamo ancora e sempre cittadini. In Oriente ci sono solo sudditi. Capite che si tratta di una posizione ben diversa.

Questa idea del potere è così radicata in Oriente che, anche quando quelle regioni sono entrate a far parte, a pieno titolo e per molti secoli, dell'Occidente (ovvero sotto l'Impero Romano), la tradizione si è mantenuta inalterata, e l'opera di "occidentalizzazione" (meglio sarebbe dire "romanizzazione", il corretto termine storico) è sostanzialmente fallita. E quando il potere di Roma ha cominciato a declinare è nato l'Impero Bizantino, che sopra un apparato sociale e amministrativo di tipo occidentale, ereditato dall'Impero Romano, ha messo una visione del potere e della figura del sovrano di tipo orientale.

Le cose non sono cambiate nemmeno con l'avvento dell'Islam : tutti coloro che detenevano un certo potere, dal Sultano ai Califfi ai piccoli emiri delle tribù, hanno continuato a considerare se stessi come sovrani assoluti, dai quali i sudditi dipendevano in tutto e per tutto. E questo già al tempo della grande civiltà araba dei primi secoli dell'Islam, che per molti altri aspetti era invece abbastanza aperta e tollerante (successivamente, con l'avvento dei Turchi Ottomani, vi è stata invece una rigida chiusura, un rigurgito reazionario e conservatore).


Cosa accadrà dunque oggi ? Molto semplicemente, i sovrani caduti verranno sostituiti da altri, i quali dopo aver assicurato il popolo e la comunità internazionale che garantiranno le libertà democratiche eccetera eccettera riveleranno il loro vero volto non appena saranno ben sicuri di avere il potere in mano. Come sempre poi quando c'è un dittatore sarà fondamentale il ruolo dell'esercito, dai cui ranghi di solito il dittatore stesso proviene : potrebbe anche avvenire che, invece di esprimere una figura sola al potere, l'esercito decida di esercitarlo in modo multiplo, come avvenne con il regime dei Colonnelli in Grecia negli anni Settanta.

Paradossalmente, l'instaurarsi di nuove dittature militari potrebbe continuare ad essere - come in effetti è stato sotto Mubarak e Gheddafi - un argine efficace alla minaccia del terrorismo fondamentalista

(e qui è necessaria una parentesi : i media occidentali provocano apposta in noi la paura del terrorismo, additando tutti gli islamici come possibili attentatori e presentando tutti coloro che si professano musulmani come fondamentalisti religiosi. Ma ciò che non viene mai detto è che i fondamentalisti sono una percentuale assolutamente irrisoria all'interno delle società islamiche, che per la stragrande maggioranza sono composte di persone assolutamente normali, tranquille, alcune più e altro meno religiose - come avviene anche qui, nelle nostre società fondate sul Cristianesimo - e che vivono la loro vita fatta di lavoro, di famiglia, di svaghi, esattamente come noi)

Ai dittatori infatti interessa il potere, e la ricchezza che da esso deriva, oltre che naturalmente la libertà di soddisfare qualsiasi capriccio, tra cui per esempio mettere a morte qualcuno semplicemente perché sta loro antipatico : della religione, cristiana o islamica che sia, non se ne fanno proprio niente, anzi considerano le gerarchie ecclesiastiche una minaccia alla loro posizione (ecco perché, ai tempi dell'Unione Sovietica, la Chiesa ortodossa è stata cancellata dal suolo russo).

E se anche prima o poi il potere venisse preso da un gruppo fondamentalista, la rigida austerità morale professata dal o dai capi del movimento scomparirebbe ben presto sotto le lusinghe e i piaceri del potere : basti vedere l'esempio dell'Iran e del suo presidente. Unica eccezione sono stati i Talebani in Afghanistan, che in effetti erano talmente fondamentalisti e indottrinati da non farsi corrompere e sono rimasti duri e puri.



Di fronte ai nuovi regimi totalitari che, presto o tardi, sorgeranno in Nord-Africa (e forse anche in Medio Oriente se l'onda lunga del movimento arriverà fin là) come deve comportarsi il mondo occidentale ?

Naturalmente assisteremo a dichiarazioni sdegnate dei governi, i cui rappresentanti giureranno che mai e poi mai avranno rapporti di alcun tipo con quei regimi. Ma, come viene detto proprio oggi da Gramellini, da che mondo è mondo si sono sempre fatti affari con i dittatori, e si continuerà a farne.

Inoltre, nel nostro attuale mondo globalizzato, è assolutamente impossibile eslcudere un Paese o un gruppo di Paesi dalla comunità internazionale : troppi sono i legami che uniscono le nazioni le une alle altre, e chiudere uno snodo avrebbe ripercussioni sull'intera rete delle connessioni ; ugualmente, è inutile progettare sanzioni - la semplice reiterazione di esse contro Paesi come l'Iran dimostra la loro totale inefficacia - o peggio ancora imporre un embargo, come fecero gli USA con Cuba : si otterebbe solo un popolo terribilmente impoverito, affamato, disastrato, lo si ridurrebbe in condizioni tali da portarlo al di sotto della soglia minima di sopravvivenza, e di certo non potrebbe contribuire all'economia mondiale.

Quindi, per interesse, certo, ma alla fine anche per necessità, i rapporti internazionali continueranno esattamente come prima.



C'è solo un fattore che potrebbe portare ad una situazione diversa rispetto al passato : la Cina.

Da tempo infatti la Repubblica Popolare sta attuando un'invasione silenziosa dell'Africa, sotto forma di progetti agricoli ed edilizi, di imprese commerciali e accordi economici : infatti può acquistare a prezzo irrisorio, da Paesi terribilmente poveri, enormi estensioni di terreni, dove impianta le sue attività secondo uno schema che ha uno scopo chiaramente strategico dal punto di vista commerciale.

Naturalmente di tutto questo in Occidente non si parla, facciamo finta che tutto vada bene e che l'Europa continuerà ad essere il faro di civiltà e benessere del mondo, al sicuro dietro lo scudo militare degli Stati Uniti che continuano a considerarsi i tutori della legge e dell'ordine sull'intero pianeta.

 
16 Ottobre 2010

Storia e storie di casa vostra

Ho appena finito di leggere un libro dedicato alla nascita, allo sviluppo e alle trasformazioni del quartiere dove abito.

Ed è stata una rivelazione.

Quante volte ho pensato, passando per le vie col tram, << Quella casa è brutta e vecchia, andrebbe buttata giù >>, oppure << Quella fabbrica è chiusa da anni, abbattetela e al suo posto metteteci delle case, un giardino, un parcheggio >>.

E invece ogni angolo di strada racconta tante storie e, con esse, un pezzo di Storia.

Ad esempio, scopri che i negozi che vedi ogni mattina, e che ti sembrano uguali a tanti altri in città - una macelleria, un ottico, un ferramenta - hanno invece una lunga tradizione. Scopri che la chiesa dove ti è capitato qualche volta di andare nasconde un segreto legato alla politica. Scopri che dove adesso c'è un supermercato una volta c'era una fabbrica che faceva concorrenza alla Fiat...


Il libro era, per scelta editoriale della collana a cui appartiene, assai ricco di foto, tutte ovviamente in bianco e nero (anche quelle che riprendevano la situazione attuale) : a me è sempre piaciuto guardare le vecchie foto, e scoprire per esempio che proprio qui dove adesso c'è la mia casa e io me ne sto seduto comodo e al caldo una volta - e parlo degli anni Venti del Novecento, ma sembra di parlare dell'epoca dei dinosauri - c'erano gli orti e si portavano a pascolare le capre ; all'epoca "andare in città" era un viaggio che si faceva solo in occasioni speciali, ed esisteva ancora la cinta daziaria, perché le merci che entravano in città dovevano pagare una tassa.

Naturalmente c'erano anche tanti problemi, dunque non sto facendo un elogio del tempo che fu, come i nostri vecchi che dicono sempre "Eh, ai miei tempi" : e però rimpiango di non aver ascoltato con più attenzione il nonno che raccontava di com'era il quartiere un tempo, perché oggi abitare in una casa col ballatoio e il bagno sul balcone, osservare meravigliati il passaggio di una macchina, fare il bagno nel fiume sono tutte cose che ci paiono del tutto impossibili.

E che dire degli immigrati ? Allora venivano da Vercelli, dal Veneto e poi naturalmente dal Sud (qui li chiamavano tutti quanti "napuli").


Il libro racconta storie di integrazione perfettamente riuscita, di una vita vissuta all'ombra, letteralmente, della grande fabbrica, che costruì le case per i suoi operai dirimpetto allo stabilimento (così che, come notano con triste ironia gli autori del libro, essi la vedevano anche alla domenica appena usciti sul balcone).

E foto del cambio turno, con centinaia di operai che entravano e uscivano nello stesso momento, la maggior parte dei quali in bicicletta. E le vie che si chiamavano con nomi diversi, e le vite dei personaggi a cui le vie vennero poi dedicate.

Recentemente un vecchio campo di calcio è stato trasformato nell'ennesimo parcheggio, anche se in questo caso l'opera era più che mai necessaria, trovandosi in zona ospedali : ma leggendo il libro si viene a sapere che su quel campo di calcio giocò per decenni una squadra di dilettanti ammiratissima non solo nel quartiere, ma perfino in Europa, al punto che venne invitata nell'allora Unione Sovietica per giocare contro una rappresentanza locale di pari livello, e questo in piena Guerra Fredda.

E vedi come gli ospedali stessi sono nati, e quella scuola in una via secondaria che allora era uno dei primi edifici ancora in mezzo agli orti.


Libri come questo, frutto di un'approfondita ricerca storica e di interviste "sul campo" a chi quell'epoca la ricorda ancora, ti mostrano le vie, le case, i negozi davanti ai quali passiamo ogni giorno in una luce del tutto nuova. Perché adesso sai com'erano, sai delle conquiste, delle fatiche, del lavoro, della passione, della fede di chi ha creato il quartiere dove abiti, perché lo hai visto crescere fin da quando lì c'erano solo poche cascine lontane dalla città, e le prime fabbriche erano impiantate sui canali per sfruttare la forza motrice dell'acqua perché non c'era ancora l'energia elettrica.


Guardiamoci intorno allora, perché c'è molto da imparare e da scoprire anche alla fermata del tram sotto casa. Quel tram che, allora, era trainato da cavalli.

 
07 Settembre 2010

Tram tram

Finite le ferie infuriati torniamo alle inferriate.


Basterebbe questa frase a sintetizzare il mio pensiero di oggi, ma siccome io non amo essere sintetico e anzi mi vesto di cotone (ma non di lana) il presente intervento continuerà come mio solito per parecchie righe.

Oggi è il primo martedì di settembre, e come ormai da mesi io tutti i martedì devo salire su un tram, attraversare l'intera città ed espletare un compito a cui sono tenuto per dovere familiare : fare compagnia al mio antenato ormai non più autosufficente. Non è sempre lucido, ma quando lo è si rende conto di essere vecchio, stanco, di essere divenuto un peso per la famiglia (che poi saremmo io e mio padre, poiché mia madre ha già dato con i suoi, di parenti, i quali ci hanno lasciato ormai da tempo).

Da questo incarico non ho avuto ferie nemmeno ad agosto, anzi ho fatto i doppi turni per permettere a mio padre di andare in ferie (ma questo è giusto : io sono andato in vacanza a luglio ed è rimasto lui).


Se però durante l'estate (estate ? quale estate ? poche settimane di caldo mostruoso e poi di nuovo pioggia, cielo grigio e freddo, come durante la primavera anch'essa mai pervenuta) il viaggio non mi pesava particolarmente, poiché con la città vuota il tram compiva il lungo percorso in pochissimo tempo, trovavi sempre posto da sederti e il mezzo era quasi vuoto, adesso siamo - fatalmente - tornati a spintonarci, stringersi, aggrapparci gli uni agli altri per salire, spostarsi, timbrare il biglietto (quei pochi che lo fanno), scendere...
 A questo si aggiungano le miriadi di donne straniere - slave e negre (sì, negre) - che del tutto incuranti degli altri passeggeri salgono con i passeggini ben spalancati occupando gran parte dello spazio disponibile : sui mezzi ne conti almeno tre ad ogni viaggio. L'idea di non portarlo proprio, il passeggino, o almeno di chiuderlo prima di salire e prendere il bambino in braccio non le sfiora nemmeno. E con questo non voglio essere preso per razzista : le signore arabe, ad esempio, non ce l'hanno quasi mai e i loro bambini sono sileziosi ed educati, mentre i negretti urlano e piangono a non finire, rendendo di fatto impossibile conversare se si è in compagnia di qualcuno o semplicemente concentrarsi sui propri pensieri.


Il tram poi, come è tipico della sua funzione, percorre ogni giorno tutto il giorno il medesimo tragitto. Ed io che pure ho sempre amato l'abitudine mi ritrovo adesso a vedere, ogni settimana, le stesse strade, gli stessi negozi, gli stessi palazzi, le stesse scritte sui muri.


E che dire della gente che incontri sul tram ? Certo, le persone non sono mai le stesse anche se io lo prendo sempre più o meno alla stessa ora, ma ad essere identiche sono le tipologie di persone che incontri :

il tipo più diffuso è un signore di mezza età con indosso vestiti che hanno visto giorni migliori, la barba lunga, i capelli spettinati e un persistente odore di non lavato che, da solo o con un amico (a volte, più raramente, una donna) nelle stesse condizioni, spara a voce alta le sue filippiche contro il governo, la società, le multinazionali, gli immigrati, i terroristi eccetera eccetera, convinto che gli altri lo stiano ad ascoltare ;

abbiamo poi il tipo della signora ultrasettantenne con borse della spesa incorporate, che appena trova una sua simile si mette a parlare di visite mediche, malattie, dolori reumatici, ospedali, il tutto condito da frequenti appelli a Iddio perché le protegga ;

troviamo inoltre branchi di studenti (studenti ?) allo stato brado, che riuniti in gruppo non si parlano gli uni con gli altri ma si concentrano ciascuno sul proprio telefonino, naturalmente ultimo modello, I-phone o cosa diavolo è ;

i telefonini sono senza dubbio i grandi protagonisti : dalle ragazze che, salite già col cellulare incollato all'orecchio, non smettono di parlare neanche per un secondo raccontando l'intea loro esistenza dalla culla in poi alle signore che nello spazio di un tragitto neanche tanto lungo ricevono almeno tre telefonate da qualcuno apprensivo che chiede loro dove sono, quando arrivano, dove si trova il tram in quel momento (lo si capisce dalle risposte che danno).



Questo è il mio tram tram.

 
05 Settembre 2010

I - taglia

Stimolato dalla riflessione del nuovo amico "Lupoturi", a cui mi permetto di rubare il tema, vorrei parlare dell' Italia (dis)unita. Chiedo scusa se molte delle cose che dirò saranno ripetizioni di quanto riportato in eventi precedenti : repetita iuvant.

Nell'anno del Signore 1860 venne proclamato il Regno d'Italia. Contrariamente a quanto è stato insegnato a tutti noi fin dalle scuole elementari, questo non fu l'atto finale di una guerra di liberazione nazionale, di una sollevazione in armi del libero popolo animato dagli ideali del Risorgimento contro il bieco oppressore straniero : fu, al contrario, una guerra di conquista ed espansione territoriale condotta dallo Stato che all'epoca era il più ricco e avanzato, ovvero il Regno di Sardegna.

Negli stessi anni qualcosa di molto simile stava avvenendo in Germania : il regno di Prussia, collocato anch'esso nell'estremo nord del Paese, allargò progressivamente i suoi confini inglobando i piccoli Staterelli in cui era frammentata la Germania fino a proclamare il Reich (il Secondo Reich, dopo il Sacro Romano Impero di medievale memoria : ecco perché la Germania nazista definirà se stessa Terzo Reich).

Curiosamente, a fornire parte della spinta ideologica a queste conquiste furono in entrambi i casi due compositori : Giuseppe Verdi e Richard Wagner.

Ma le somiglianze tra Italia e Germania si fermano qui.

La Germania infatti, sebbene politicamente divisa, possedeva da secoli un senso di unità nazionale forgiato nella continua opposizione allo straniero - nella fattispecie l'Impero Asburgico - che pretendeva di controllarne i destini. Inoltre dai confini della Svizzera a quelli della Danimarca si parlava una lingua tedesca comune e da tutti compresa.

L'Italia invece - che qualcuno (perdonate, la memoria comincia a fare cilecca) definì una volta, e forse non a torto, "solo un'espressione geografica" - era divisa non solo in vari Stati, ma in POPOLI diversi : ciascuno aveva la sua lingua, le sue usanze politiche e giuridiche, la sua storia e le sue tradizioni, e questo fin da prima dell'anno Mille :

praticamente l'ultima volta che la maggior parte della penisola fu unita sotto un unico padrone fu al tempo dei Longobardi, nell'OTTAVO SECOLO DOPO CRISTO ;

col senno di poi, e soprattutto analizzando le vicende politiche di quell'epoca lontana, i Longobardi furono forse, per l'Italia, un'occasione sprecata : non è naturalmente possibile dire cosa sarebbe successo se la Storia fosse andata diversamente, ma come i Franchi nell'antica Gallia e gli Anglosassoni nell'antica Britannia stavano ponendo le basi di quelli che sarebbero diventati nel giro di poco tempo i due principali Stati europei forse l'Italia sotto i Longobardi avrebbe potuto imitare il glorioso destino di queste due nazioni ;

l'Inghilterra infatti a partire dall'anno 1066 - l'arrivo dei Normanni guidati da Guglielmo il Conquistatore - non conobbe più invasioni straniere : nessun piede nemico si posò mai più sul suo suolo ; ci vollero ancora l'assimilazione del Galles, l'annessione dell'Irlanda e la secolare contesa con la Scozia, ma l'Inghilterra moderna nacque allora ; intorno al 1200 poi nacque anche la prima monarchia costituzionale della Storia, poiché i nobili costrinsero il re (Giovanni "Senza Terra", fratello di Riccardo Cuor di Leone, il "principe Giovanni" del disneyano "Robin Hood") ad emettere un documento - la Magna Charta Libertatum - che limitava le prerogative del sovrano, sottoponendolo al controllo del Parlamento e impedendone la deriva verso l'assolutismo ;

la storia della Francia è un po' più complessa, poiché per lungo tempo il potere centrale del re fu fortemente limitato dai particolarismi del Feudalesimo, in cui conti, duchi, baroni, marchesi e in generale chiunque avesse un castello, delle terre e un esercito personale faceva sostanzialmente quello che voleva ; a questo si aggiunse poi l'occupazione inglese durante la Guerra dei Cent'Anni (metà Trecento - metà Quattrocento), ma entro il 1500 anche la Francia era una nazione unita.



Ordunque, rispetto all'Italia, l'Inghilterra ha MILLE ANNI di unità nazionale alle spalle e la Francia CINQUECENTO. Simile è il caso della Spagna, che si affrancò dalla dominazione araba con la "reconquista" - questa sì una vera guerra di liberazione nazionale, durata per secoli e conclusasi poco prima dell'impresa di Colombo : ecco dunque un altro Stato europeo con ben CINQUECENTO ANNI di unità nazionale alle spalle.

Ma senza voler andare troppo lontano nel tempo, guardiamo agli Stati Uniti : hanno "solo" 230 anni circa, ma anche loro nacquero per volere del popolo minuto grazie a una guerra di liberazione nazionale (sebbene, bisogna dirlo, fino a poco prima nessuno aveva di queste idee, anzi le 13 Colonie ci stavano bene sotto la dominazione inglese : furono alcuni errori proprio dell'Inghilterra, con il repentino cambio di politica fiscale, economica e giuridica, a portare alla sollevazione e al sorgere di sentimenti indipendentistici). Dopo l'indipendenza poi l'epopea della conquista del West - un intero continente che si apriva davanti ai coloni, e chissenefrega dei Pellerossa (così si pensò all'epoca) - contribuì a forgiare il carattere e l'unità del neonato popolo americano.


In Italia invece - e qui sono conscio di ripetermi riandando a interventi precedenti - cos'hanno in comune un Lombardo e un Campano, un Piemontese e un Siciliano, un Toscano e un Veneto ?

Nulla.

La lingua italiana, nata con il buon vecchio Dante intorno al Trecento, era sempre stata riservata alle élite intellettuali : fu solo la televisione a farla conoscere al popolo minuto, diffondendola in tutta la penisola (prima, la scuola vi ebbe certamente parte, ma non poi in modo così rilevante).

E la gente ? La prima volta che i summenzionati popoli si trovarono davvero insieme fianco a fianco fu durante la Prima Guerra Mondiale, quando nel fango delle trincee giovani che mai in vita loro avevano lasciato il loro paesino di poche anime vennero mandati a combattere un nemico che non sapevano di avere in nome di una patria che non conoscevano. Lo stesso Mussolini, verso la fine del suo potere, ammise che "governare gli Italiani non è difficile, è inutile".


Non stupisca dunque che nell'Italia di oggi manchi del tutto il senso civico, la coscienza di appartenere ad una comunità : la "cosa pubblica" non è percepita come tale, anzi la si maltratta perché << visto che è di tutti è anche mia e ci faccio quello che voglio >>. Lo Stato è visto dal popolo come un padrone che si intromette arbitrariamente nei nostri affari privati ; dall'altra parte, i politici non guardano al popolo come l'entità che sono chiamati a governare, ma come serbatoio di voti per i loro giochi di potere volti a conservare la poltrona, senza alcuna volontà di operare nell'interesse della gente comune : forse non è vero che << i politici son tutti corrotti >> (sarebbe un'affermazione qualunquista) ma di certo non ce n'è neppure uno che si chieda per davvero di cosa ha bisogno la gente e provi a darglielo

(paradossalmente, è questo il segreto del successo di Berlusconi : sa che gli Italiani sognano e ha dato loro appunto questo, un sogno, che come tutti i sogni svanisce al contatto con la realtà)


Nonostante tutto questo, la crisi, eccetera l'Italia è pur sempre tra le prime dieci economie del mondo, e si è costruita un'immagine che per fortuna ha superato da tempo l'equazione "Pizza-Mafia-Mandolino". Gli Italiani hanno carattere e voglia di fare : lo dimostra la grande emigrazione dei secoli passati, diretta specialmente verso "lamerica", che ha portato molti discendenti di quei poveri emigranti a integrarsi più che bene nei Paesi d'arrivo, specialmente negli USA (tutto questo però senza dimenticare episodi di razzismo, intolleranza e violenza, come nel caso del massacro di Marcinelle : all'epoca, è bene ricordarlo, i Paesi ricchi vedevano gli Italiani come noi vediamo oggi gli Albanesi e gli Africani).



Centocinquant'anni dopo la cosidetta unità nazionale l'Italia è dunque ben lontana dall'averla realizzata : se son veri gli esempi proposti dalla Storia, ce ne vorranno come minimo almeno cinquecento per fare anche della nostra penisola una grande nazione, sempre che nel frattempo (come è sperabile) l'integrazione europea non abbia raggiunto un punto tale da presentare il Vecchio Continente veramente unito sotto una sola bandiera ed entità politica, unica possibilità di affrontare le sfide - economiche e perché no militari - che arrivano da Oriente. Il Ventunesimo Secolo sarà all'insegna della Cina, con gli USA relegati in posizione di secondo piano : certo combatteranno con le unghie e con i denti per conservare la leadership, e sicuramente non crolleranno del tutto, ma dovranno ridimensionarsi molto.

In questo scontro di titani un'Europa disunita è destinata a soccombere : l'Italia non può permettersi di perdere il treno, o rischia di fare la fine della Grecia (sempre dietro di lei in tutti gli indici, ma non poi così tanto) o peggio ancora dell'Argentina, che sembrava una nazione solida e ricca ed è crollata come un castello di carte.

Forse è già troppo tardi, o forse interverrà una variabile imprevedibile che modificherà quello che sembra un cammino già scritto per il mondo del Ventunesimo Secolo : ma la Storia, contrariamente a quanto si pensa, si ripete, e ciò che è successo un tempo succederà di nuovo.

Babilonia, Egitto, Grecia, Roma, Califfato Islamico, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Cina : queste le grandi potenze che hanno dominato ciascuna la propria epoca (la Cina deve ovviamente ancora incominciare, ma è senza ombra di dubbio la prossima candidata, sebbene il suo sviluppo possa venire frenato dalla sopravvivenza del comunismo e di un regime che ha ancora molto della dittatura).


Alla piccola Italia, così giovane, debole e divisa, cosa accadrà ?

L'unica salvezza è ritrovare da un lato quelle energie che hanno prodotto il Rinascimento, e dall'altro quelle spinte che hanno portato poveri contadini inseguiti dalla fame a varcare l'Atlantico per ricominciare da capo, avendo come sole armi la disperazione e la voglia di migliorare la propria vita. L'Italia può farcela, ma deve impegnarsi al massimo. Non c'è più molto tempo.

 
08 Luglio 2010

La caduta dell'Impero d'Occidente

Ho appena finito di leggere un interessantissimo libro sulla caduta dell'Impero Romano e sulle trasformazioni del periodo di transizione tra l'antichità e il Medioevo.

Roba noiosa, direte voi, ma per me che ho studiato archeologia e storia antica è una lettura amena e rilassante.

Mi è venuto quindi spontaneo tracciare, anche per questo periodo, un parallelismo tra gli avvenimenti di quei tempi lontani e la situazione attuale : da tempo negli studi storici va di moda paragonare l'Impero Romano agli Stati Uniti, operazione che seppur non priva di riflessioni interessanti va però fatta con un pizzico di intelligenza (cum grano salis, direbbero i Latini).

Oggi come allora è in atto una grande migrazione di popoli, che si spostano dalle aree più povere e depresse del pianeta verso quelle più ricche : allora gli "extracomunitari" venivano da Nord, oggi da Sud.

Le migrazioni sono una costante della storia umana : avvennero ai tempi dell'antica Mesopotamia, dell'antico Egitto, dell'antica Grecia, dell'antica India, dell'antica Cina e in tempi recenti anche noi europei e italiani abbiamo attraversato montagne e oceani per cercare fortuna lontano. Sono un fenomeno antropologico, sociale, culturale, in una parola, naturale, connaturato all'esperienza umana : pretendere di tenere lontani dai propri territori gli immigrati usando eserciti, fortificazioni, frontiere è semplicemente impossibile.

Ma è anche stupido : anche le culture e le società, così come i singoli individui, dopo un po' invecchiano, diventano statiche, immobili, si ripiegano su se stesse e finiscono per marcire ; ma se ricevono apporti di sangue nuovo, di nuove esperienze, capacità tecniche, modi di vita ecco che acquistano nuova linfa vitale, si rinnovano, si trasformano e continuano a vivere.

Ai tempi dell'Impero Romano i "barbari" che premevano alle frontiere non erano guerrieri barbuti assetati di sangue, di saccheggio, di scorrerie : erano popoli costretti a lasciare le loro terre a causa della povertà, delle carestie, delle condizioni di vita difficili nei loro paesi d'origine e per questo divenuti nomadi, in cerca di una nuova terra dove stabilirsi in pace e crescere i loro figli.

Nel caso specifico il movimento migratorio che portò i "barbari" (si noti che uso sempre le virgolette) dai nomi famoi come Goti, Franchi, Burgundi, Vandali e così via a spingersi verso il mondo mediterraneo fu originato molto molto lontano, addirittura alle frontiere della Cina.

Qui c'erano gli unici veri barbari : gli Unni.

Secoli prima di Attila, gli Unni avevano attaccato la Cina, un impero già unitario e potente e che si era dotato della Grande Muraglia. Pur avendo superato le fortificazioni - la Grande Muraglia, a dispetto del nome e dell'imponenza architettonica, non è affatto una barriera insormontabile - erano stati alla fine respinti, e non avendo potuto devastare la Cina si erano rivolti verso Occidente.

Il loro spostamento innescò una reazione a catena che, in un gigantesco effetto domino, provocò il movimento di tutte le popolazioni che da tempo abitavano nelle steppe , portandole sempre più a contatto con l'impero romano.

Così come i migranti di oggi conobbero il nostro mondo occidentale grazie alla televisione, a quei tempi i popoli delle steppe fecero la conoscenza del mondo romano e mediterraneo grazie ai mercanti, ai commerci, agli scambi.

E ne rimasero affascinati.

Lungi dal volerlo distruggere, essi chiesero di esservi ammessi, per godere anche loro delle comodità tipiche del modo di vita romano (persino gli Unni di Attila, alla fine, rimasero particolarmente affascinati dalle terme) oltre che della protezione e della forza che, inizialmente, le legioni romane ancora ispiravano.

A furia però di essere trattati come cittadini di serie B, di essere sistematicamente posti ai limiti più bassi della scala sociale, di essere considerati poco più che bestie inferiori, barbari appunto, essi mutarono il profondo rispetto che provavano per l'impero in un odio sempre crescente.

E ne avevano ben donde : i Romani violavano sistematicamente i patti e i trattati che avevano stipulato con loro, senza rendersi conto che stavano trattando con genti per le quali la parola data aveva un valore altissimo. Un altro errore commesso dai Romani fu di credersi tanto tecnologicamente superiori ai "barbari", quando invece - specie nell'ambito militare, il massimo campo di prova - le differenze non erano affatto eclatanti.

Per secoli i Romani avevano avuto di fronte, oltre i confini, solo piccole e sparse tribù, divise tra loro da antiche faide, che se qualche volta potevano unirsi per breve tempo grazie magari ad una personalità forte (come avvenne quando i Germani, guidati da Arminio, massacrarono tre legioni nella foresta di Teutoburgo)  erano di solito troppo piccole e deboli per rappresentare una minaccia per l'impero. E gli stessi confini romani erano stati studiati per respingere piccole scorrerie, o razzie di livello locale e circoscritto, ma non erano in grado di fronteggiare un attacco di massa.

Questa è anche la situazione attuale : finora il nostro mondo occidentale ha di fronte piccoli e deboli Stati del Sud del mondo, poveri e arretrati, lacerati da discordie interne. Quelli che, superando le stesse difficoltà degli antichi "barbari", riescono ad entrare nel nostro mondo sono soltanto piccoli contingenti spinti dalla fame e dal bisogno non meno che dal fascino del nostro modo di vita, che hanno visto alla televisione. Nessuno di loro, credo nemmeno i più fanatici fondamentalisti (ma la religione è quello che distingue i "barbari" di un tempo dagli extracomunitari di oggi) vuole distruggere l'Occidente : anzi, tutti chiedono di esservi ammessi, di avere la possibilità di una nuova vita.

Resta comunque, oggi come allora, il problema dell'integrazione. Ma ne parleremo forse un'altra volta.

Al tempo dell'Impero Romano si ebbero, con il passare dei secoli, profondi mutamenti nel composito mosaico delle popolazioni "barbare". Da poche tribù sparse queste si trasformarono in grandi confederazioni, che si riconoscevano in un'appartenenza comune (i Franchi, i Goti, i Vandali...) e obbedivano ad un unico sovrano, che non era più un semplice capotribù ma un vero re.

Ai tempi nostri, cosa succederà se e quando i piccoli e deboli Stati del Sud del mondo supereranno i loro problemi interni e diventeranno delle entità politiche di tutto rispetto, che non potremo più trattare da inferiori ?

Sarà forse la religione a unirli e a dare loro forza ? Lo trovo improbabile : si ricordi sempre che nel mondo musulmano i fondamentalisti sono un'esigua e ristretta minoranza, avversati nei loro stessi Paesi.

Non credo nemmeno che un giorno vedremo un unico immenso Stato musulmano esteso dal Marocco alle Filippine, come era nei deliranti proclami di Osama Bin Laden.

Ma, in fondo, gli Stati moderni del Sud del mondo non hanno storia, non hanno tradizioni, non hanno un senso di appartenza ad una patria, dato che sono stati creati a tavolino dagli Europei. Che differenza c'è tra un algerino e un siriano, tra un iracheno e un tunisino ? Molto poca.

Se un giorno queste popolazioni si amalgameranno, creando nuove compagini di popoli, il nostro attuale Impero d'Occidente si troverebbe davvero a mal partito.

 
07 Luglio 2010

Adesso basta.

Ieri, ennesimo rifiuto.

Oggi, appena un'ora fa, ennesimo rifiuto più uno.

Adesso basta.

Non voglio sentire più DA NESSUNO frasi di circostanza quali "Vedrai che un giorno la troverai..." e simili.

Forse era destino che io non fossi fatto per l'amore, per la vita di coppia. Perché non è possibile che NEANCHE UNA delle decine e decine di ragazze con cui ci ho "provato" (termine bruttissimo, ma rende l'idea) dai 14 anni ad oggi che ne ho 29 mi abbia mai risposto di sì.

Ho deciso di smettere di cercarmi una donna. Per sempre.

Ho vissuto da solo e continuerò a farlo.

Devo trovarmi un lavoro, un qualsiasi lavoro, perché ho bisogno di soldi, di uno stipendio anche minimo, di poter contare su qualche entrata, di dare almeno un po' d'ossigeno alla mia asfittica situazione economica.

Mi concentrerò su quello, e coi soldi che metterò da parte mi costruirò la vita, la mia vita, come piace a me. Da solo.

Adessa basta. Mi sono stufato. E' ora di finirla.

 
04 Maggio 2010

E' definitivo : vivrò nel passato.

Un fatto recentemente avvenuto mi ha aperto gli occhi, mostrandomi chiaramente quello che già sapevo a livello incoscio.

Io e quest'epoca non siamo fatti l'uno per l'altra.

Non è un caso se ho studiato Archeologia : per me il passato, qualsiasi passato, da quello di pochi decenni fa alla Preistoria, è meglio dell'epoca presente. Più comprensibile, innanzitutto. Più coinvolgente. Più affascinante. Più ricco. Più pieno. Più emozionante.

Io sono nato nel 1981.
 Fin da piccolo mi son piaciuti i dinosauri : come a tutti i bambini, certamente, ma io ho portato avanti questa passione per molti anni, al punto da iniziare a studiarli da un punto di vista già maggiormente scientifico.
 In Terza Elementare, allora c'era ancora il Sussidiario, ho iniziato a studiare Storia. E da allora non ho più smesso.

Ho vissuto appieno gli anni Ottanta e gli anni Novanta.

Il nuovo millennio si è aperto con l'11 Settembre 2001. Da allora il mondo - e l'Italia in particolare - non ha fatto che peggiorare, a tutti i livelli : sociale, culturale, politico, economico, ambientale, religioso, e così via.

Ma io sogno ancora il passato, quando la prima ragazza che incontravi era quella che sposavi, quando il sogno di ogni brava ragazza era quella di diventare una buona madre e moglie :

intendiamoci, io sono per l'assoluta parità dei sessi, è giusto che le donne siano indipendenti, lavorino, abbiano una propria vita e dei propri interessi ; non voglio affatto una donna incatenata ai fornelli con tre o quattro marmocchi appesi alle gonne.

L'indipendenza femminile, con il diritto al divorzio e il diritto all'aborto, è forse l'unica grande, importante, fondamentale conquista di quest'epoca moderna.

Io credo in cose come l'amicizia fraterna (anche tra uomo e donna), l'orgoglio, il coraggio, la lealtà, l'onestà, il buon senso, l'impegno, il lavoro, la coscienza, l'amore verso i figli, il rispetto.

E credo in cose come la passione, il sentimento, il grande amore, i gesti estremi.


Da un lato una vita tranquilla, domestica, serena, quasi campagnola.

Dall'altro l'avventura, la ricerca, il viaggio, l'epica.


Ritrovo tutto questo solo nel passato, quando il mondo era ancora tanto grande (mentre oggi è così tanto piccolo), quando c'erano luoghi sconosciuti sulla Terra, popoli mai visti, credenze sincere e misteriose, un rapporto con la Natura che era di rispetto e non di aggressione.

Io lascio spesso questo tempo presente, questo nostro mondo attuale, e me ne vado altrove : o in altri tempi, immergendomi in libri di Storia (o di Arte, che è la fotografia della Storia), o proprio in altri mondi, divorando saghe di fantasy tramite i più svariati medium (libri, fumetti, cartoni animati).

Chi mi conoscesse e vedesse la mia collezione di modellini, statuette, fumetti, dvd, ecc. mi chiamerebbe forse, come usa di questi tempi, un NERD. Penso di aver capito più o meno cosa vuol dire, se vi fa piacere chiamarmi così mi sta bene, è una definizione che mi si addice abbastanza, non del tutto ma abbastanza.

Non sono l'unico, comunque : fatevi un giro su Internet e ne troverete molti. Ma questo è un altro discorso.


D'ora in avanti intendo perciò, anche grazie al percorso professionale che ho deciso di intraprendere, passare in questo tempo e mondo attuali meno tempo possibile : mi occuperò solo delle cose fondamentali e necessarie a non perdere il mio diritto di cittadinanza dato che mi è toccato abitare qui, ma per il resto me ne starò altrove.

Parlerò solo con quelli che deciderò io, mi rapporterò solo con quelli che deciderò io.
Se sei dentro sei dentro, se sei fuori sei fuori.
Nessun appello, nessun ripescaggio, nessuna nomination.


Il mio legame con questo mondo sia e sarà rappresentato dall'unica persona che mi ha sempre accettato per quello che sono, non mi ha trovato strano o pericoloso, mi è stata e mi è ancora e sempre accanto sebbene tra di noi non ci sia mai stato nemmeno un bacio.

Se lei avrà bisogno di me correrò, tornerò, combatterò e vincerò, o morirò nel tentativo. E non è una metafora : intendo proprio la morte fisica, sul campo di battaglia.

E' solo grazie a lei se nonostante tutto ho deciso di restare qui fino alla fine del tempo concessomi : cercare una scorciatoia vorrebbe dire sottrarsi alla battaglia. E questo è, per me, inaccettabile. Di me potete dire tutto, ma non che sono un vigliacco che ha paura di combattere : anzi, combattere è proprio l'unica cosa che so fare bene, molto bene. C'è chi lo sa fare molto ma molto meglio di me, ma io insomma non solo me la cavo, ma credo di essere abbastanza bravino.


E infine, a meno che non caschi proprio giù dal pero dritta tra le mie braccia, non intendo più affannarmi a cercare a tutti i costi una compagna di vita : sono sempre vissuto da solo, ormai mi sono abituato e quei pochi momenti in cui avverto il peso della solitudine sono per l'appunto solo momenti.

Se arriverò alla vecchiaia farò in modo di arrivarci senza dover dipendere dagli altri. Inizierò a organizzarmi fin da ora per ottenere questo. Di certo non intendo finire come quegli anziani che vengono trovati morti in casa dopo mesi, in appartamentini sporchi e degradati dai quali non uscivano più perché avevano terrore del mondo esterno : ammetto che un certo fascino questa sistemazione ce l'ha, vivere solo tra le proprie quattro mura, circondati dalle proprie cose, da mille oggetti ciascuno dei quali rappresenta un ricordo, con i propri pensieri come unici compagni ; ma ho l'esempio del mio caro nonno, che è vissuto fino all'ultimo giorno amato da tutti, attivo, vivo, vitale e vivace : se arriverò alla sua età spero di viverla come lui l'ha vissuta.


Questo mondo mi ha dato molto, mi ha dato doni che alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale non sono concessi ma rimangono nel campo dei sogni e dell'impossibile. Ed è grazie a questi doni che io posso permettermi di ritirarmi dal mondo stesso : perché è diventato un posto dove, per me, è assolutamente impossibile vivere, ammesso che lo sia mai stato. E per "vivere" intendo proprio "Vivere" con la V maiuscola, non "sopravvivere" trascinandosi giorno per giorno, consumandosi lentamente fino a spegnersi.


Ordunque, arrivederci mondo : qui torneranno, di tanto in tanto e solo quando sarà assolutamente necessario e improrogabile, i miei piedi, i miei fianchi e le mie mani ; il resto andrà ad abitare altrove, per sempre.

Tranne nel caso che Lei mi chiami.

 
01 Maggio 2010

AVATAR - Recensione e filosofia

Inauguro con questo intervento quella che vorrei diventasse - e parlo a me stesso per scuotermi dalla mia stessa pigrizia - una zona dedicata alle recensioni di libri e film, non necessariamente recenti o appena usciti ma che vado scoprendo man mano. Qualcosa di simile l'ho già fatto poco tempo fa con La prima cosa bella di Paolo Virzi, film che pur nella sua semplicità mi colpì molto, e da allora mi porto dietro l'idea di proseguire su questa strada. Certo vi saranno ancora e sempre interventi di diverso tenore, poiché questo non è e non vuole essere uno spazio solo letterario.

Mi si potrebbe chiedere il perché di questo lavoro. Chi sono io per autonominarmi critico letterario e cinematografico, io che detesto la categoria dei critici in generale (con una sola, lodevolissima eccezione) e che riguardo al cinema ho una cultura vicina allo zero ?

Da ottobre 2009 io sto frequentando il Master in Scrittura e Storytelling della Scuola Holden di Torino, fondata e diretta da Alessandro Baricco. Scrivere storie, racconti, romanzi, dedicarmi alla narrazione tout-court è quello che so fare meglio. Naturalmente non basta questo a far di me un insigne oracolo in materia di recensioni, ma ritengo di poter fornire - grazie agli strumenti critici che ho sempre posseduto e a quelli che mi sono stati e mi vengono insegnati - una recensione onesta, equilibrata, priva di partigianeria ma che metta in luce gli aspetto buoni così come quelli non riusciti della storia presa in esame, sia essa un libro o un film.

Dato che io leggo molto, e che grazie alle lezioni della Scuola sto anche ampliando la mia cultura cinematografica, capiterà molto spesso che accanto alle recenti uscite a tutti note trovino spazio anche libri e film molto vecchi e poco o nulla conosciuti che mi siano capitati davanti agli occhi, spesso per puro caso. Laddove le informazioni tecniche non siano di pubblico dominio indicherò nel titolo della recensione autore/Casa Editrice/anno del libro o regista/anno/attori principali del film.



AVATAR


Primo film vero e proprio in 3D della storia del cinema, l'opera si segnala immediatamente, com'è ovvio, per l'uso della nuova tecnologia, sulla quale sono già stati scritti fiumi di parole. Bisogna subito dire che, in questo film, il 3D è perfettamente funzionale al tipo di storia e alla particolare trama che viene sviluppata, coaa che invece non avviene in altri film (come ad esempio Scontro di Titani, di cui parleremo successivamente). Vale poi la pena segnalare che, contrariamente a quanto paventato da molti, la prolungata visione in 3D non produce affatto malesseri, nausee o sintomi di altro tipo.

La trama è molto classica : personaggio maschile disilluso lascia la sua patria per ricominciare una nuova vita altrove, incontra i nativi del luogo, entra a far parte della loro società, conosce e inizia ad amare la loro cultura e sceglie di difenderli dalla prepotenza della sua gente venuta a conquistare un territorio ancora incontaminato facendosi forte di una palese superiorità tecnologica, con le armi moderne che finiscono per essere sconfitte dal coraggio degli indigeni nonostante questi siano armati molto poveramente. Questo suo percorso è reso possibile dall'incontro con il personaggio femminile, che prima lo "educa" alla nuova vita e poi se ne innamora.

La trama soffre quindi della sindrome del "già visto" : fin dal primo incontro tra Jake Sully e Neytiri si capisce come proseguirà e finirà la storia, in ogni minimo dettaglio. Non bisogna quindi avere la pretesa di seguire una storia originale, ma mettersi comodi per passare un po' di tempo in pieno relax, sapendo che non ci saranno scossoni emotivi né concettuali.

Fatto questo si potrà godere della magnifica ricostruzione del mondo di Pandora, con le sue piante, i suoi animali, la sua geografia, i riti e le usanze del popolo dei Nav'i : un grandioso affresco fantastico, curato in ogni minimo dettaglio. E' proprio questo il merito maggiore del film, perché la creazione di un simile mondo - come di ogni mondo narrativo, sia fantasy tout court sia anche reale e moderno - ha certamente preso molto tempo ed energie, ha richiesto ricerche accurate al fine di rendere tutto credibile e coerente (sebbene, come in ogni storia, vi sia un patto tra l'autore e il lettore/spettatore : chi legge un libro o guarda un film non si chiede "perchè" le cose funzionino in un certo modo, ma accetta che nel mondo di quella storia funzionino così ; in Avatar non ci chiediamo perché le montagne volino, prendiamo atto che su Pandora esistono montagne sospese nel cielo e questo ci appare del tutto naturale e persino ovvio).

Il film riflette su ben tre temi che, oggi, sono di primaria importanza :

- il confronto, che può diventare scontro, tra "noi" e "gli altri"
- la nuova identità virtuale, che ci porta in un altro mondo, dove abbiamo l'illusione di rinascere per fingere di essere quello che avremmo voluto diventare nel mondo reale.
- la Natura, lo sfruttamento delle sue ricchezze e la sua ribellione.

Basta questo a fare di Avatar un buon film : in primo luogo la ricchezza dei temi, perché una storia che racconti una sola cosa finisce per essere un po' banale ; in secondo luogo la vicinanza che questi temi hanno con la nostra attuale situazione : è importante che una storia sia "calata nel proprio tempo", non ha senso occuparsi di problemi del passato, bisogna mettere in scena il mondo nel quale si vive, anche se la storia che raccontiamo è ambientata in un mondo fantastico, su un altro pianeta o in una diversa epoca storica : solo così si potrà creare identificazione e interesse nel lettore/spettatore, che verrà maggiormente coinvolto se i temi trattati dalla storia sono vicini a lui.


Nel primo caso il film porta ovviamente lo spettatore a simpatizzare con i nativi. Come nella gran parte delle storie finora raccontate, sia letterarie che cinematografiche (ma vi sono significative eccezioni), viene presentata una divisione nettissima tra il Bene e il Male : i personaggi non hanno dubbi su quale parte scegliere ; per lo spettatore è consolante, quasi riposante vedere una sistemazione del mondo così semplice, o bianca o nera : ma, come tutti sappiamo, il mondo reale è pieno di zone grigie.

Il confronto con "l' altro" è qui presentato come inconciliabile scontro, senza possibilità di trovare alcun tipo di accordo : eppure, nel mondo in cui viviamo, è necessario che un accordo si trovi, perché non è più possibile vivere ognuno a casa propria, separati da confini, muri, cortine ; la maggiore facilità degli spostamenti rispetto al passato ha incentivato i periodici flussi migratori che da sempre, fin dagli albori della Storia con la S maiuscola, hanno fatto parte dell'umanità. E ogni cultura, sia essa europea, araba o cinese, per vivere e crescere ha bisogno di un apporto costante dall'esterno, perché se si accartoccia su se stessa è destinata a morire.


Nel secondo caso il film mette in scena l'importanza che, nel nostro mondo, ha acquisito l'identità virtuale che tutti noi ci siamo costruiti su Internet : questa doppia vita viene portata fino alle estreme conseguenze, con la scelta di abbandonare una delle due vite (quella "reale") per vivere totalmente l'altra (quella "virtuale"). E se su un mondo come Pandora questo può essere condivisibile, non altrettanto si può dire di noi : perché la vita vera sta al di fuori dello schermo di un computer. Condurre una vita solo virtuale può creare dipendenza, come in alcuni momenti capita anche al protagonista del film.


Nel terzo caso il film mostra apertamente la ribellione della Natura contro l'uomo che vuole dominarla. Similmente ad altre storie dello stesso tenore, i nativi sono presentati come profondamente legati alla natura, in armonia con essa, con un contatto addirittura fisico. E la Natura viene descritta non solo come piante e animali, ma come un vero e proprio organismo vivente, una grande madre che incita i suoi figli a sollevarsi contro chi è venuto a violentarla.

Siamo ovviamente lontani dal tipico e tanto amato filone catastrofico, con disastri naturali che improvvisamente sconvolgono il mondo su larga scala : film come quelli puntano all'effetto visivo, all'impatto di un momento ; Avatar mostra come l'azione della Natura possa essere lenta, costante, continua, perché l'uomo non ha ancora capito, nonostante i numerosi avvertimenti, che tutta la sua tecnologia può ben poco contro un terremoto o un'eruzione vulcanica, e che non bisogna cercare di proteggersi dalla Natura ma al contrario trovare il modo di convivere.

In Avatar non viene detto quasi nulla su quali siano le condizioni di vita sulla Terra : ma è facile immaginare che, se molti sono spinti a trasferirsi su Pandora, la Terra sia diventata un pianeta invivibile, soffocato dalla presenza umana, dalle industrie, dalla tecnologia, con spazi solo artificiali che hanno completamente cancellato la Natura originaria. Questo è un rischio che il nostro pianeta corre per davvero.


Avatar è dunque un film ricco di tematiche e significati sui quali riflettere, che vanno a compensare una trama forse un po' banale. Non è il solito blockbuster hollywoodiano, ma una storia che può di diritto ambire a entrare nella memoria collettiva.

 
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